Abbozzi di mondo: architettura sociale e decostruzione creativa - Recensione al film "È arrivata mia figlia" di Anna Muylaert
 
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Abbozzi di mondo: architettura sociale e decostruzione creativa

Recensione al film "È arrivata mia figlia" di Anna Muylaert

Una piscina dalle acque immobili, una rampa di scale vista dal basso, la cui vetta appare irraggiungibile, una sala da pranzo troppo grande per essere riempita; e poi lo sgabuzzino angusto  rigurgitante ricordi  e fotografie dove seppellirsi nelle notti afose e la camera rigorosamente minimalista - inappuntabile nella sua vuotezza - di un ospite che non arriverà mai, un cugino inesistente che mai s’impiglierà nella rete degli affetti ipocriti di una famiglia borghese a San Paolo, in Brasile. Questo l’impeccabile universo che sembra avere un non so che di modernista, ma senza propriamente esserlo della pellicola brasiliana È arrivata mia figlia, diretta da Anna Muylaert nel 2015.

In una sorta di planimetria decostruttiva mirata ad una demistificazione tanto ironica e sagace quanto sensibile e delicata, È arrivata mia figlia fotografa i primi passi di una rivoluzione sociale sempre più necessaria, attraverso la lente di una mamma che cresce e muove i primi passi in un mondo tutto nuovo.

Spiando tra le intercapedini di una reggia borghese decadente si incontrano gli universi opposti e contrastanti di Val, domestica-tipo a tempo pieno di una famiglia benestante e dell’atipica figlia Jessica che, cresciuta per dieci anni lontano dalla madre, si trasferisce momentaneamente nella casa dei “padroni” di Val per sostenere l’esame di ammissione all’università di San Paolo.

Con l’arrivo di Jessica ogni equilibrio è irreparabilmente infranto in una commedia di formazione al rovescio, in cui è la madre – e non la figlia – a evolvere. La schiettezza di Jessica, infatti, demolisce tassello dopo tassello gli anni di paternalistica ipocrisia sui quali si fonda il rapporto tra Val e i padroni attraverso il disvelamento di tutti quei piccoli, insormontabili confini dettati da regole non scritte ma impresse nelle leggi naturalizzate del mondo.

-Questo si può, questo non si può, ma dove l’hai imparato?

-Da nessuna parte. Uno quando nasce sa già che cosa può e che cosa non può fare

La rivoluzione di Val, magistralmente ricostruita in un abile gioco di close- up e long-shot, si impernia sulla bonifica di diversi tipi di spazi, da quello urbano a quello familiare, da quello domestico a quello linguistico la cui riqualificazione è diretta da Jessica, che non a caso vuole laurearsi in Architettura.

Il corridoio, la sala da pranzo, il salone… vedi… tutto su questo piano da qui. Dall’altra parte, al piano di sotto questa è la tua camera, qui.

Nella perspicace ingenuità della figlia, Val troverà la voce con cui demarcare nuove traiettorie e nuovi confini, nonché il coraggio di scindere il ruolo di donna da quello di domestica e di riappropriarsi di uno spazio familiare tutta suo in cui, però, non riesce ad affrancarsi dal ruolo di cura, pur consegnando questa possibilità alla figlia. Lei, l’inserviente “senza costume” non abituata a possedere alcuna dimensione personale, ma solo capace di rassettare e imbellettare quella altrui. Lei, la cameriera dai capelli perennemente raccolti in un’austera crocchia che deve fingersi invisibile per non infastidire ma è poi ostentata alle feste come misero trofeo di una società che ha bisogno dei suoi miti e dei suoi status symbol per riconoscersi in se stessa: il progressismo della buona borghesia. Val conosce il suo ruolo, Val rispetta, sissignora. Quasi a voler riscattare l’<> mamma, Jessica si aggira nella casa con una disinvoltura disarmante, arrivando presto a possederne l’anima, nonché i libri intonsi sugli scaffali perfettamente spolverati e il gelato al cioccolato in frigorifero. Fa un po’ paura Jessica, forse è per quella sua perenne, misteriosa, inspiegabile inquietudine o per il fatto che sembri molto più adulta dell’età che ha, o forse ancora perché è troppo sicura di sé, troppo intelligente, troppo diretta per essere una ragazza.

La ri-costruzione - o, per meglio dire, la de-costruzione - dello spazio domestico ha inizio nella piscina dei padroni, perfetta nella sua vuotezza. Come polla vomitante tracotanza, la piscina sembra essere stata acquistata con il preciso intento di rimanere inutilizzata affinché possa svolgere la fondamentale funzione di manifesto sociale per una famiglia tanto benestante da potersi permettere qualsiasi cosa di cui non ha bisogno e tanto generosa da concedersi un lusso che non aveva mai desiderato davvero. Con l’arrivo impetuoso di Jessica, tale meccanismo si inceppa in un impertinente, “scostumato” tuffo nelle acque limpidissime e- finalmente!- vive che come fiume in piena contamineranno la sterile pulizia delle norme sociali.

-Come fanno a tenere la piscina sempre così pulita, Val?

-La piscina non devi neanche guardarla, Jessica, questa non  roba per te. […]

-Non ci hai mai fatto il bagno? […]

-Mai mai e se un giorno ti chiedessero di tuffarti, tu devi dire loro che non hai il costume, che non puoi.

Anche gli spazi urbani riflettono quelli sociali: San Paolo è rappresentata come una città esclusiva il cui volto gentrificato non conosce alcuna accoglienza e solidarietà.

-Ho sentito parlare di questa zona: c’è più gente del nord-est qui che nel nord-est stesso

-Una volta. Ma ora hanno costruito la metro, hanno cementato tutto e sembra… non so cos’è… non è certo una piazza senza nemmeno un po’ d’erba

Ed ancora, Anna Muylaert non manca di sottolineare come anche la lingua sia fondamentale alla costruzione di confini e a rafforzare rapporti di potere.

Carlos… our gracious little daughter is back

Il film legge la realtà non solo attraverso la classe sociale e la razza ma anche attraverso il genere. Gli unici due soggetti maschili, incorniciati in un grumo di debolezze e insicurezze, si mantengono ai margini della storia. Non abbastanza decisi da incarnare un vero e proprio antimodello, sembrano totalmente dipendenti dalle personalità femminili ma in realtà non perdono mai le loro posizioni di privilegio.

Ma la vera rivoluzione nasce nella rappresentazione dell’adolescenza nel cui grembo è concepito il cambiamento, quello vero, quello sano. Retoriche di stampo nostalgico e toni lamentosi nei confronti delle nuove generazioni non trovano spazio in una narrativa protesa in avanti e cosciente delle contraddizioni dei nostri giorni. Sembriamo esserci assuefatti all’idea di adolescenti pigri, capricciosi e incompetenti come se nella loro demonizzazione potessimo esorcizzare le paure di invecchiare e diventare obsoleti quanto la società che ci circonda. In questo particolarissimo racconto di formazione sono gli adulti a dover crescere e possono farlo solo grazie alla caparbietà e alla genuinità di quei ragazzi non ancora segnati dall’esperienza di un mondo costruito sulle disuguaglianze.

Nel 2015 Anna Muylaert chiudeva il suo film con una visione di speranza affidata ai giovani, quali attori di un possibile cambiamento sociale inaugurato da Lula e allora in atto. In un paese profondamente segnato dalla disuguaglianza con aree di modernità e ricchezza e lande di povertà non solo economica ma anche umana, l’operazione di mobilità sociale intrapresa quindici anni fa rischia di essere interrotta dai rigurgiti reazionari di quella classe borghese, bianca, protesa a mantenere i propri privilegi.

di Giulia Talone


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