Un viaggio nella grande A in compagnia dell’autrice Giulia Caminito - Intervista alla scrittrice ospite dell’IIS V.Emanuele II di Lanciano
 
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    Un viaggio nella grande A in compagnia dell’autrice Giulia Caminito

    Intervista alla scrittrice ospite dell’IIS V.Emanuele II di Lanciano

    Un viaggio nelle memorie del passato coloniale italiano, tra coraggio, sentimento ed emancipazione  femminile, raccontato attraverso le vicende di Giadina, protagonista di La Grande A di Giulia Caminito.

    L’incontro con l’autrice, inserito nel progetto Chechez La Femme dell’IIS Vittorio Emanuele II di Lanciano, si è svolto il mese scorso alla presenza di un nutrito pubblico, nella Sala dei Riflessi di Luce, presso il Palazzo degli Studi della cittadina frentana. Giulia Caminito e ha stimolato un dibattito diretto non solo con gli alunni, ma anche con i molti intervenuti. 

    Ad aprire l’evento è stata Antonella Festa, docente di materie letterarie dell’Istituto e ideatrice del progetto, nonché curatrice degli aspetti organizzativi. La professoressa, dopo aver introdotto l’incontro e aver dato il benvenuto a Giulia Caminito, ha passato la parola a Conny Melchiorre, docente di filosofia e storia, la quale ha illustrato l’epoca storica in cui è ambientato il romanzo.

    Giada, detta Giadina, fin da piccola mostra il suo carattere coraggioso e tra i suoi fratelli è l’unica a seguire la madre italiana in Africa. Non bisogna dimenticare che il testo ci riporta nel dopo guerra, quando furono gli italiani ad essere gli stranieri.

    Scopriamo le vicende con l’autrice…

    Leggendo la sua biografia abbiamo scoperto che lei è laureata in filosofia e che fin da giovanissima ha scritto molti racconti. Per questo volevamo chiederle cosa l’ha indotta ad iniziare questa nuova avventura nel mondo della scrittura?

    Sono laureata in filosofia politica e nel periodo in cui studiavo scrivevo online in un sito dove si ha la possibilità di pubblicare un capitolo alla volta e ricevere il parare dai lettori. In seguito ho pensato ad un progetto un po’ più ampio. Ho una storia di famiglia molto particolare. Mia nonna è proprio Giadina e così sono miei familiari gli altri protagonisti: mio nonno Giacomo, mio padre Massi. A casa avevo fotografie, libri e documenti di una terra molto lontana da me, l’Africa, e quindi statuette d’ebano, d’avorio, arazzi appesi nel soggiorno e racconti dei miei nonni che mi parlavano di questo prezioso continente. Tuttavia  c’erano dei dettagli di cui non avevamo mai discusso veramente, infatti solo all’università mi sono chiesta “Perché si trovavano in Africa?” Oggi ci si sofferma sul rapporto Italia – Libia - Etiopia - Somalia, solo riguardo ai movimenti migratori diretti verso l’Italia, ma in realtà quelle terre sono state interessate da questo fenomeno al contrario, neanche troppo tempo fa. Ho deciso di fare un’indagine approfondita all’università, ristudiando il colonialismo e tutte le sue tappe, e ho deciso di intervistare mia nonna. Quindi il progetto è partito così, dall’idea di fare qualcosa che fosse vicina a me e alle mie radici, a qualcosa che riguardasse anche una parte di storia d’Italia di cui si parla poco, secondo me, in generale.

    Il titolo del suo libro è La Grande A. Perché questa scelta?  Nella lettera A c’è qualcosa di sottinteso?

    Possiamo spoilerare tutto, tanto non è un giallo…

    La storia del titolo è molto divertente. Per collaborare con una casa editrice ci si deve relazionare a tante professionalità come a quella del redattore, dell’editor (ecc); questo vuol dire anche che il titolo del libro può cambiare. Infatti originariamente il romanzo si doveva chiamare “Sharab” (parola chiave inventata dalla nonna che credeva volesse  dire “stai zitto” in inglese), poi volevo chiamarlo “Tutto questo per amore” in modo provocatorio però poteva conferire un messaggio sbagliato, l’editore  quindi mi propose “La grande A”. La A non è solo Africa ma è anche la madre della protagonista, Adele, figura che Giadina segue e che prende come esempio. Ma grande A è anche Avventura. Ho iniziato a scrivere le prime pagine del libro almeno 5 anni fa. Secondo me il titolo conferisce  anche un messaggio di favola. Dato che io sono amante di libri per bambini e bambine e voglio sempre restituire questa dimensione dell’infanzia, che poi diventa anche di nostalgia, ogni volta che Giada segue questi suoi miti dell’infanzia, li raggiunge ma poi scopre che non esistono veramente e li perde. Quindi ha nostalgia del suo passato, si proietta sempre verso il futuro e non è mai completamente felice del suo presente. In Africa succedono cose molto diverse, come sappiamo. Allora Africa, come esotico, come qualcosa di “altro” che sembra irraggiungibile, ci si vuole arrivare ma non si sa che posto è veramente. In realtà questo titolo non vuole  provocare, ma è puntare l’attenzione sul fatto che l’Africa non è una grande A, non è un paese che si può possedere, che si può spezzare, ma è una realtà vibrante, piena di persone, di incontri... e quindi volevo che il titolo si diluisse nel testo e si capisse la complessità dei  rapporti.

    Tra i personaggi del suo testo a quali è particolarmente affezionata?

    Io sono affezionata ad Adele che è una donna piuttosto particolare: schiaffeggia il prete al matrimonio della figlia, si pulisce le mani sulle gambe, vuole mettere i pantaloncini azzurri, si comporta in modo strano, fuma la pipa; è la “personaggia” più vicina al contesto storico del libro.  Pensavo avessi esagerato, invece mia nonna ha confermato le sue fattezze. Tuttavia non doveva avere lo spazio che le ho dato; quando il libro è uscito, l’editore con l’ufficio stampa lo ha promosso, i librai hanno ricevuto la scheda del libro e dentro c’era scritto “con una protagonista molto forte”: per loro la protagonista era Adele. Invece per me era Giada, quindi il personaggio si è mosso per conto suo. Anche in altri miei racconti c’è sempre questo tipo di personaggio, forte, fuori dal coro, che infastidisce, dice sempre la sua, c’è sempre stato e ci sarà sempre. Anche al personaggio di Giada sono affezionata perché è vicina a noi donne, è una bambina fragile che vive in una famiglia complessa e segue un suo percorso vicino a questa madre forte, difficile da raggiungere.  Accanto a lei cerca di trovare la sua strada che può essere anche quella normale di avere una famiglia, di occuparsi del figlio, di perdonare il marito: c’è una parte di me in entrambi i personaggi. Altri due personaggi mi sono vicini: Nicole in cui ho riversato il mio periodo della filosofia e il Greco, uno dei pochi di mia totale invenzione.

    Nella sua vita ha avuto modelli letterari precisi  e tra gli scrittori e le scrittrici ha avuto qualche fonte di ispirazione?

    Ci sono delle fasi nella vita, sarà così anche per voi se leggerete molto. Ci sarà il periodo Jane Austen e Lebront; essi saranno tutto quello che vedrete; scriverete solo cose dell’Ottocento sulle colline sperdute e lampi alle finestre; ci sarà il periodo beat di Keroauc, in cui vi sentirete americani e ambienterete tutto nel Tennessee, e poi si spera ci sarà il periodo italiano in cui vi avvicinerete alla letteratura di casa nostra, un po’ più contemporanea.  Sicuramente per me, per la scrittura di questo mio libro, è stato molto importante Mario Tobino, autore de “Il Deserto della Libia”, di cui ho letto altri libri e a me è sempre piaciuto tantissimo; Laudomia Bonanni, scrittrice dell’Aquila, che ha vinto il premio Strega; di lei si ricorda poco ma ha scritto dei libri bellissimi, raccontando l’Italia in modo molto critico. Leggevo questi due mentre stavo scrivendo il libro, ma in generale sono un’amante delle scrittrici del Novecento anche poco conosciute e dimenticate, in questa letteratura io mi sono riconosciuta con il mio modo di scrivere e di volermi raccontare. Sono molto legata alla storia d’Italia e per questo libro mi sono riferita a Del Boca che è uno dei grandi scrittori del coloniale e del post-coloniale. Pensate a “Italiani brava gente” uno dei suoi titoli più noti che parla del colonialismo degli italiani, che tendono a rappresentarsi come se non  avessero fatto poi niente di male, come se fossero in fondo dei “bonaccioni”; Del Boca lo racconta benissimo scrivendo una quadrilogia sul colonialismo che non inizia con Mussolini. Infatti le prime cartografie risalgono  al 1600 quando si inizia ad andare nelle terre d’Africa per conoscere il territorio, per vedere quali risorse ci sono; poi c’è il periodo Giolittiano, quindi ho dovuto indagare tutte queste vicende, consultando molti saggi, ma anche molta letteratura italiana.

    A conclusione di questa bella esperienza, possiamo sottolineare come Giulia Caminito sia  stata disponibile non solo nell’appagare la nostra curiosità, ma anche a stimolare una riflessione sul presente, a sollecitare una un occhio critico, storicamente documentato, sugli attuali flussi migratori. E’ stata una giornata all'insegna della cultura e del dialogo, finalizzata alla crescita della conoscenza storica e della consapevolezza critica del presente, che ricorderemo a lungo.

    Serena Borrelli, Giuseppe Sciotti, Nicoletta Totaro IC Liceo Classico



    di Redazione IIS Artistico Classico Lanciano


    Parole chiave:

    Post-colonialismo

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